Una o più onde anomale si abbattono lì dove l’acqua cessa di espandersi per lasciare posto alla terra.
La violenza devastante
La forza devastante di un fenomeno dalle difficili previsioni e dalle svariate cause – terremoti, eruzioni vulcaniche, smottamento delle placche, eventuali precipitazioni in mare di meteore – trasforma completamente e plasma nuovamente individui e paesaggi.
Lo tsunami è un muro rovinoso di liquido salato, che inghiotte e scioglie nella sua morsa violenta interi grattacieli come fossero teneri germogli.
L’effetto catastrofico
Incurante dell’ipocrisia umana, non fa distinzioni: arriva per elargire macerie e sbigottimento in egual modo, anche agli esseri più ancestrali e distanti dall’uomo.
Una manifestazione così feroce e impetuosa di rado ha risvolti favorevoli per chi riapre gli occhi. Certo, a lungo andare, l’operosa ricostruzione porterà buoni frutti e si potrebbe addirittura scoprire di nuovo un po’ di calore, ma niente è davvero in grado di sgretolare il ricordo di tanta distruzione. Eppure.
Eppure, a volte, gli tsunami non sono pareti d’acqua pronte a crollarti addosso ma esseri della tua stessa specie, che irrompono e interrompono vite altrui nel tentativo di guardare, per un altro giorno ancora, il sole che si leva e la notte che cala.
Lo tsunami Erofeev
Venedikt Erofeev è proprio questo. Uno tsunami che apostrofa beffardo e crudele la gente, scardinando certezze e costringendo le persone a guardare, vedersi e (ri)costruire o perire.
«Una nullità. Un genio. Un originale. Una persona troppo cupa. Il più allegro di tutti. Un poeta. Un tipo strambo. Una lingua lunga.»
La definizione che l’autore dà di sé nei suoi diari è emblematica.
Erofeev è un’anomalia nel panorama russo degli anni ’50 (momento in cui inizia a scrivere le prime opere), lucido, consapevole e autocosciente. Un disincanto atroce, che a soli diciotto anni è già evidente e dilagante, permeerà tutta la sua esistenza.
Un uomo per lo più schernito e vituperato dai contemporanei, deluso e lasciato indietro dal suo paese e dal comunismo, ma non per questo vuoto o privo di pensiero.
Il pensiero
L’immobilità della sua protesta, manifestata anche soltanto fruendo dei tamizdat, ovvero le opere straniere, la perentoria decisione di accettare la realtà, rifiutando però di farne parte – come accade negli episodi dell’espulsione dall’università o del licenziamento dal primo lavoro in nome di sé e dei suoi pensieri – sono le tematiche portanti e profonde di ogni scritto di questo autore, sin dalla giovanissima età.
La prima opera, un diario a lungo creduto perduto, è intrisa del medesimo sentire.
Il nome con cui Venedikt decide di tramandarla è significativo del suo status di jurodivyj (1), folle, elevato e al contempo ripudiato dal popolo: Memorie di uno psicopatico.
Memorie di uno psicopatico
La scelta del titolo è simbolica dell’adesione a una certa tradizione di cui, forse involontariamente, decreta la fine e che vede nelle Memorie innanzitutto, ma anche nella figura del pazzo, i suoi piloni fondanti.
Un individuo che inaugura il Postmodernismo russo, che travolge e porta con sé lo spettro del buonsenso e di un sapore vagamente simile alla libertà d’espressione: Erofeev non si lascia imbrigliare né imbrogliare e piuttosto sceglie di vivere di stenti, ai margini, pur di rimanere fedele a sé stesso.
Svicola e fugge via dai luoghi che gli sono stretti, anche quando questi rappresentano tutti i luoghi in cui potrebbe essere e diventare grande.
Rifugge con disgusto la vita materiale – seppur per valori e motivi differenti da quelli propugnati nell’ex Unione sovietica – e le verità della sua epoca: proprio per questo, eleva ogni cosa disgustosa con una poetica, spesso non tenera ma certamente sempre lirica.
Così gli è semplice comprendere «la percezione entusiastica delle bellezze naturali! Ma tanto più le opere d’arte sono allettanti per la percezione umana, tanto più sono artificiali!» e affermare che «Il letame deposto con armonia può estasiare i miei sguardi!».
È del tutto indubbio che ripudi «il tradimento ispirato da nobili fini» perché è «naturale la capacità dell’uomo di tradire per il puro piacere di essere un traditore».
La forza dirompente delle onde anomale
Erofeev trascina e lascia dietro di sé le macerie di una Russia che cerca di evolversi e guardare lontano, ma che inesorabilmente si trova a regredire e rifiutare ai suoi abitanti tutto ciò che non sia sollevare settecento mattoni essendo «del tutto indifferente se ti ispirano o no gli scopi superiori o se lavori senza scopo. È uguale per te per quale stato lavori o quali idee guidino i tuoi governanti. Per te è completamente indifferente.»
Venedikt ha la forza dirompente e lacerante delle onde anomale. Si abbatte sui suoi simili, come una piaga, con potenti sferzate. Forte della sua immagine da jurodivjy è incurante dell’ipocrisia umana. Non ha distrutto nulla, ha dissacrato tutto.
Forse un’operosa laboriosità e un po’ di calore, un giorno, costruiranno.
Io sono tutto.
Io sono un ragazzino murato in una piramide. Strisciante per terra alla ricerca di una piccola fessura.
Io sono il grande generale governatore di Orenburg, che tira colpi di mortaio alle stelle.
Io sono il lobo dell’orecchio sinistro di Luigi XVII.
Io sono la somma di due ordigni letali nello stemma socialista. Mi incorniciano le spighe.
La parola “perché” sono di nuovo io.
[…]
Io asporto l’universo da sotto le mie unghie.
(1) Nella tradizione ortodossa è la figura del folle in Cristo. Nella letteratura russa ha avuto ampio successo, in particolare dall’Ottocento. È presente in Leskov, se ne notano le tracce in Gogol’ e in moltissimi altri letterati.
P.S. Erofeev è stato come Giorgio Amitrano una persona per me magnetica e affascinante. Questo articolo era stato già pubblicato sulla rivista culturale Fiat Lux, nella sezione di critica letteraria, ma avevo piacere a riproporlo in uno spazio tutto mio per diffondere ancora una volta qualche conoscenza su questo autore e fargli un ulteriore tributo.

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