Ti senti solo?
Non lo siamo forse tutti?
Quando mi guardi con quegli occhi buchi neri non so che rispondere. Mi risucchi il respiro e il corpo e non ho più dove andare.
C’è un posto per questa piccola creatura? Sorrisi acquosi e morbide braccia mi circondano, ma tu sei lontano.
Cosa sono io? Enigma banale, hai detto. Vocabolario abissale, ho ribattuto.
Il tuo linguaggio non corrisponde al mio, né i due si sforzano nella loro complementarità di comunicare. Quindi, come ci capiamo? Rimaniamo oscuri.
Non comprendo il tuo male e non vedi il mio, che mi strangola salendo piano dalle spalle fino alla giugulare.
Tentativi irrisori e mal corrisposti di comprensione fanno spesso capolino nei nostri discorsi, ma alla fine nessuno si strappa mai dai propri reticolati di pensieri atroci.
L’idea di vederti mi sembrava doverosa e solo dopo ho scoperto che era anche buona. Dilani i miei buchi e li converti in cascate sanguinolente di ricordi futuri sparsi.
Ma tu, quanto solo ti senti?
Sei impossibilitato a rispondere dalla tua poca percezione della tua realtà, così mi fissi senza posa e apri e chiudi la bocca senza produrre suoni. Ti arrendi e fai spallucce.
Io mi sento sola come le gocce di rugiada sulle foglie. Impeccabili e belle, danno ristoro alle piante per poi evaporare nel nulla e tornare nebulosa.
È un’esistenza accidentata e strana questa mia e tua. Non c’è posto per entrambi ed entrambi vogliamo cedere il posto. Eppure, un destino mutevole ce lo impedisce e ci incolla insieme nel presente che scorre sempre e mai esiste.
Non oso ancora pronunciare il tuo nome. Fa parte di un rituale che mi è estraneo e così continuo a chiamarti per appellativi. Ne sei infelice. Ma io non sono impeccabile e bella come le gocce di rugiada.
Deforme nei pensieri in un corpo lineare, ti osservo. Dove finisco io e dove inizi tu? I miei polpastrelli sfiorano i tuoi bicipiti. Ecco dove finisco e dove cominci.
Sinuoso e leggiadro come un crisantemo, mi seduci e mi inglobi nel tuo mondo – ma sono irruente e rischio, costante, di spezzarti.
Riusciamo a giocare alla lotta in questa placenta senza romperla e senza far morire prematuro il nostro amore?
Che razza di gioco crudele è? Mi chiedi. Ti dico che sono io e finalmente mi riconosci.
Possiamo comunicare, capire, comprendere. I nostri linguaggi hanno fatto click e ora si rincorrono come gli amanti nelle praterie mentre ridono, gridano e si baciano.
Crollo sfinita. Ti senti ancora solo?
Lo siamo tutti, ma qui accanto a te è una solitudine amica, calda e confortevole.
Non è forse questa la chiave?

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